E siamo a tre.
Tre Mondiali consecutivi senza Italia. Tre fallimenti che pesano come macigni. Tre schiaffi alla storia del calcio italiano.
Questa volta il colpo è ancora più duro: eliminati dalla Bosnia ai rigori. Non una corazzata mondiale, non una finale epica. Una nazionale che, sulla carta, doveva essere alla portata. E invece ancora una volta l’Italia crolla, si smarrisce, si spegne.
IL DRAMMA NON È LA SCONFITTA. È L’ABITUDINE A PERDERE
Perdere può succedere. Ma sparire dal calcio che conta per tre edizioni consecutive non è sfortuna.
È sistema.
È gestione.
È mediocrità.
L’Italia non perde più per caso. Perde perché è diventato normale perdere.
Dove è finita quella Nazionale che faceva tremare il mondo?
Quella che entrava in campo con la certezza di competere, sempre?
Oggi vediamo una squadra fragile, senza identità, senza fame.
E soprattutto: senza futuro chiaro.
RIGORI? NO, RESPONSABILITÀ
I rigori sono l’alibi perfetto. “Lotteria”, dicono. “Questione di episodi”.
No.
I rigori arrivano quando prima non hai avuto la forza di vincere. E se arrivi ai rigori contro una squadra inferiore, il problema non è il dischetto.
È tutto quello che è successo prima.
E ORA LA DOMANDA SCOMODA: CHI PAGA?
Qui il punto diventa politico. Perché dopo un fallimento così, in qualsiasi sistema sportivo serio, qualcuno si assume responsabilità.
E invece in Italia?
Il presidente della FIGC, Gabriele Gravina,
è ancora lì.
Terzo Mondiale fallito.
Terzo ciclo chiuso senza risultati.
E nessun segnale di cambiamento.
LA POLTRONA È PIÙ FORTE DEL FALLIMENTO?
Nel calcio italiano succede una cosa strana:
i risultati cambiano, le persone no.
Si cambia allenatore.
Si cambiano giocatori.
Si cambiano moduli.
Ma chi decide resta sempre al suo posto.
E allora viene spontanea una domanda:
Se questo non è abbastanza per dimettersi… cosa lo è?
IL DANNO È ENORME (E NON SOLO SPORTIVO)
Tre Mondiali saltati significano:
- perdita economica milionaria
- meno appeal internazionale
- generazioni di tifosi che si allontanano
- giovani talenti senza riferimento
Ma soprattutto: perdita di credibilità
E nel calcio moderno, senza credibilità, sei fuori.
SERVE UNA RIVOLUZIONE, NON UNA SCUSA
Non bastano le solite parole:
“ripartiamo”, “analizzeremo”, “progetto giovani”.
Le abbiamo già sentite. Troppe volte.
Serve una cosa sola: RESPONSABILITÀ
Perché il problema non è l’eliminazione con la Bosnia.
Il problema è che ormai non fa più nemmeno sorpresa.
Ed è questa la sconfitta più grave.
L’Italia del calcio non è più una big.
È una nazionale che guarda i Mondiali da casa. Di nuovo.
E la domanda finale è semplice, ma brucia:
quanto dobbiamo ancora toccare il fondo prima che qualcuno si alzi dalla sedia?
