C’è qualcosa che va oltre una semplice decisione amministrativa. C’è qualcosa che tocca il cuore pulsante del calcio, quello vero, quello fatto di gente, passione e rispetto reciproco. E oggi, ad Apice, quel cuore batte più forte… ma anche più arrabbiato.
La notizia del divieto di trasferta per i tifosi residenti in Puglia, imposto dalla Prefettura, è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Una scelta che lascia senza parole, soprattutto perché arriva dopo una gara d’andata che aveva raccontato tutt’altro: accoglienza, correttezza, sportività. Una festa di calcio, insomma. Quello che tutti dicono di voler difendere… ma che poi, nei fatti, viene calpestato.
L’Usd Apice Calcio 1964 non ci sta. E fa bene. Perché è difficile accettare che, proprio nel momento più importante, quello che ha un valore storico per un’intera comunità, venga tolta la possibilità di vivere una partita nella sua essenza più pura: con due tifoserie presenti, con il calore sugli spalti, con il rispetto che si è già visto.
Fa ancora più rumore se si pensa agli sforzi fatti dalla società: settore ospiti ampliato fino a 600 posti, organizzazione, disponibilità. Tutto inutile. Spazzato via da un provvedimento che appare distante anni luce dalla realtà vissuta sul campo.
E allora i social esplodono. Rabbia, incredulità, amarezza. Un coro unanime che grida forte: “ci avete ucciso il calcio”. Perché è proprio questa la sensazione. Non è solo un divieto. È un colpo all’anima di questo sport.
Eppure, in mezzo alla delusione, resta un messaggio chiaro e potente: solidarietà al popolo tarantino. Perché chi ama davvero il calcio sa riconoscere chi lo vive con rispetto. E quello visto domenica non può essere cancellato da una firma su un documento.
Il calcio è della gente. Delle trasferte, degli abbracci sugli spalti, delle rivalità sane. Togli questo, e resta solo un guscio vuoto.
Apice però non si piega. Apice ci crede. Unita, forte, insieme. Contro tutto e tutti.
Perché certe decisioni possono fermare una trasferta… ma non fermeranno mai una passione.
