Nel calcio dilettantistico italiano c’è una crepa sempre più evidente. Non è fatta di risultati o classifiche, ma di panchine occupate da chi, spesso, quel posto non potrebbe nemmeno occuparlo.

L’immagine è forte, quasi provocatoria: un allenatore che urla indicazioni e sotto una scritta che fa rumore — “patentino? no grazie”. Una frase che fotografa una realtà diffusa, troppo spesso taciuta.

Il problema: tanti mister senza abilitazione

Non è una novità. Già da anni associazioni e federazione segnalano la presenza di allenatori non abilitati nei campionati dilettantistici. Eppure le regole esistono ed sono anche chiare.

La FIGC ha introdotto l’obbligo di tecnici qualificati in molte categorie, soprattutto nei settori giovanili e nei campionati regionali, proprio per garantire formazione e competenza.
Per allenare, infatti, servono licenze specifiche (UEFA C, Licenza D, ecc.), ottenute tramite corsi federali.

E allora perché il fenomeno continua?

Tra tolleranza e “finte regole”

La risposta è scomoda: controlli non sempre efficaci e una cultura che, nei livelli più bassi, spesso chiude un occhio.

Già in passato si parlava di “giro di vite” e controlli più severi anche in Prima, Seconda e Terza Categoria, dove il patentino è richiesto. Ma la realtà racconta altro: panchine “coperte” da prestanome, tecnici ufficiali che figurano solo sulla carta e allenatori di fatto senza alcuna abilitazione.

Una sorta di zona grigia dove tutti sanno, ma pochi intervengono.

Il danno vero: i giovani

Il punto non è solo burocratico. Il problema è educativo.

La federazione stessa ha ribadito che l’obiettivo dell’obbligo di allenatori qualificati è garantire una crescita tecnica e umana dei ragazzi.
E allora la domanda è semplice: che tipo di formazione ricevono i giovani se a guidarli sono persone senza preparazione?

Allenare non è solo fare la formazione la domenica. È gestione del gruppo, sviluppo motorio, educazione sportiva. Senza competenze, il rischio è trasformare il calcio in qualcosa di improvvisato, se non addirittura dannoso.

Una questione culturale

Il vero nodo è qui. Nel dilettantismo spesso prevale l’idea che “basta aver giocato” per poter allenare. Ma non è così.

Allenare è un mestiere. E come tutti i mestieri richiede studio, aggiornamento e responsabilità.

E adesso?

Servono controlli veri, ma soprattutto serve un cambio di mentalità.

Perché il calcio italiano non si salva solo dalla Serie A. Si salva dai campi di provincia, dalle scuole calcio, dai mister che ogni giorno insegnano — o dovrebbero insegnare — qualcosa ai ragazzi.

E allora la provocazione resta lì, pesante:
“Patentino? no grazie”

Ma la risposta, se il sistema vuole crescere davvero, dovrebbe essere una sola:
senza competenza, non si entra in panchina.