Ebbene sì, è ufficiale: Roberto Mancini torna commissario tecnico dell’Italia. Applausi, stelle filanti, coriandoli. Il figliol prodigo rientra a Coverciano dopo essersene andato in punta di piedi nell’agosto 2023 — giusto il tempo di salutare i giocatori con un post social e un ringraziamento di rito a Gravina — per volare a Riad e firmare il contratto più ricco mai visto sulla panchina di una nazionale: 25 milioni di euro a stagione, cento in totale, per allenare l’Arabia Saudita. Un vero atto d’amore per la maglia azzurra, non c’è che dire.
Vale la pena ricordarlo con calma, perché la memoria corta è la vera malattia endemica del calcio italiano: nell’estate 2023 Mancini lascia l’Italia a un mese dall’inizio delle qualificazioni europee, dopo aver appena accettato l’incarico di coordinatore delle nazionali giovanili. Firma poi con la federazione saudita. Ottantasette giorni dopo la vittoria di Wembley sembrava già preistoria.
E come è andata, la grande avventura in Arabia? Un anno scarso in panchina, risultati deludenti nelle qualificazioni asiatiche ai Mondiali 2026, esonero concordato nell’ottobre 2024 con tanto di buonuscita. Poi, dopo una pausa, il trasferimento all’Al-Sadd in Qatar nel novembre 2025: un contratto biennale, stipendio in crescita fino a 10 milioni. E ora, di nuovo un dietrofront, con tanto di clausola rescissoria pronta all’uso.
Il ritorno, o meglio: l’ultima spiaggia rimasta
Fin qui la carriera internazionale del Mancio. Ma la parte più interessante è il contesto in cui avviene questo ritorno, che definire “trionfale” sarebbe generoso.
La Nazionale arriva da un altro fallimento clamoroso: terza mancata qualificazione mondiale consecutiva, sancita da una sconfitta a Zenica che ha il sapore della farsa più che del dramma sportivo, ormai. Da lì in poi la Federazione ha inanellato una sequenza di episodi che definire imbarazzanti è quasi un complimento: prima si punta forte su Andrea Pirlo, poi lo si scarica in fretta e furia per una storia di sponsorizzazioni legate a un sito di scommesse russo. Nel frattempo Paolo Maldini e Leonardo vengono nominati ai vertici tecnici della Nazionale e, appena diciassette giorni dopo, si dimettono. Diciassette giorni: il tempo che ci vuole per disdire un abbonamento in palestra.
A quel punto, con la casa in fiamme e Antonio Conte come unica alternativa reale sul tavolo, il presidente federale Giovanni Malagò — legato a Mancini da una vecchia amicizia ben nota agli addetti ai lavori — tira fuori dal cassetto il nome più comodo e già pronto: quello dell’amico di sempre. Fumata bianca, contratto quadriennale, ingaggio da circa 2 milioni di euro a stagione fino al 2030.
Da 25 milioni a 2: il conto (economico e non solo) torna
C’è qualcosa di sublime, quasi poetico, nel percorso che porta Mancini dai 25 milioni sauditi ai 2 milioni azzurri. Un decimo esatto. Non serve essere maligni per notare che il “grande ritorno” avviene precisamente nel momento in cui le opzioni internazionali si sono esaurite, dopo un esonero in Arabia e la volontà, sembra, di lasciare comunque il Qatar. La Nazionale, insomma, più che una scelta di cuore assomiglia parecchio a un porto sicuro trovato al momento giusto — con la Federazione talmente disperata da accogliere a braccia aperte chi, meno di tre anni fa, l’aveva salutata con la stessa cura con cui si lascia una chat di gruppo.
Sia chiaro: nessuno mette in discussione le qualità tecniche di Mancini, l’uomo dell’Europeo 2021, l’ultimo vero acuto di un calcio italiano che da allora vive di rimpianti. Ma il modo in cui questa storia si è dipanata — l’addio improvviso per l’assegno più grosso della storia delle panchine, il fallimento saudita, la parentesi qatariota, e ora il ritorno a Coverciano proprio mentre la Federazione naviga a vista tra scandali e dimissioni lampo — racconta con chiarezza quale sia oggi la vera gerarchia di valori nel calcio che conta: prima i soldi, poi, se proprio va male altrove, la maglia azzurra.
Un ciclo che comincia già in salita
Il nuovo corso di Mancini dovrà portare l’Italia agli Europei 2028 e, soprattutto, provare a interrompere la maledizione dei tre Mondiali mancati di fila, l’ultimo dei quali si giocherà nel 2030. Un obiettivo tutt’altro che scontato, per un tecnico che arriva reduce da un esonero e da una federazione che negli ultimi mesi ha fatto più notizia per le proprie liti interne che per il gioco espresso in campo.
Che sia la volta buona, ovviamente, lo augura chiunque tenga davvero all’Italia. Ma perdonateci se, prima di intonare cori di giubilo, un po’ di scetticismo resta d’obbligo: quando un rapporto finisce per soldi e ricomincia perché non c’erano alternative migliori, di solito il finale lo si è già visto. La domanda, semmai, è quanto durerà questa volta prima del prossimo, inevitabile, arrivederci.
(fonte Gazzetta dello sport)
