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La FC Matese presenta ufficialmente il nuovo tecnico. Applausi di circostanza, ma la piazza ha già tirato fuori il vecchio, caro mito di Luigi Rega: “Con lui altro che Eccellenza”

Diciamolo con la solennità che l’occasione richiede: oggi, a Piedimonte Matese, si scrive una pagina che agli storici del calcio dilettantistico locale ricorderà, con le dovute proporzioni, un momento fondativo. Massimo D’Azeglio, si racconta, disse “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”. La dirigenza verdeoro, con analogo slancio identitario, pare abbia pensato: “Abbiamo fatto il mister, ora dobbiamo fare la squadra”. Il paragone è ardito, per carità, ma quando l’ambizione manca da tempo bisogna pur consolarsi con qualcosa. Qualche tifoso attraverso qualche post sui social ha fatto anche notare che sono due anni che si punta alla promozione in serie D e sono due anni che si arriva secondi. E arrivare secondi non porta nessuna promozione…

Dopo un’estate di silenzi, manifesti polemici della Curva e un calendario che, va detto senza sconti, cominciava seriamente a incombere, ecco dunque la fumata bianca: Felice Rea è il nuovo allenatore dell’FC Matese. Presentazione ufficiale, sorrisi di rito, strette di mano, e la sensazione — neanche troppo velata — che senza la sveglia suonata a gran voce dalla tifoseria qualche settimana fa, i tempi di questa presentazione sarebbero stati, diciamo così, un tantino più elastici.

Il mito di Rega, o del “si stava meglio quando si stava peggio”

Se c’è un aspetto che rende ancora più surreale questa vigilia, è il clima che si respira attorno alla squadra: la piazza matesina, stanca di un’Eccellenza ormai vissuta come una tappa obbligata verso il nulla, ha iniziato a rimpiangere apertamente l’era di Luigi Rega, con annessi quattro anni consecutivi di Serie D che oggi, nell’immaginario collettivo, sono già entrati di diritto nella preistoria calcistica cittadina. “Rega di calcio ne capiva”, si sente ripetere tra i tavolini dei bar del centro, con la stessa nostalgia riservata di solito ai bei tempi andati, quelli in cui — verrebbe da dire — tutto sembrava più semplice solo perché visto con il filtro del tempo che passa.

Un rimpianto che, detto senza troppi giri di parole, la dice lunga sul percorso compiuto negli ultimi anni: quando l’unico argomento buono per motivare l’entusiasmo è “com’era bello quando c’era un altro”, significa che il presente ha decisamente bisogno di una scossa vera, non solo di un nuovo organigramma tecnico.

Rea e Governucci, il fardello più pesante del Matese

Ed è proprio qui che si inserisce il vero tema della giornata: a Felice Rea, e al direttore Governucci al suo fianco, non tocca semplicemente allenare una squadra di Eccellenza. Tocca, né più né meno, riportare il Matese in Serie D, subito, senza alibi, senza gradualità, senza il beneficio del dubbio che di solito si concede a un progetto appena nato. La piazza, dopo due stagioni passate a rincorrere un salto di categoria mai arrivato, non vuole sentir parlare di rodaggio: vuole fatti, e li vuole a partire da settembre.

Una pressione enorme, si diceva, ma legittima: perché quando un ambiente intero smette di sognare in grande e comincia a nutrirsi di nostalgia per gestioni passate — pur controverse, pur discusse, ma evidentemente più vincenti sul campo — il messaggio implicito è semplice e brutale allo stesso tempo: o si torna a vincere, o si rischia di passare alla storia come l’ennesimo capitolo di un declino gestito con toni istituzionali ma senza risultati concreti.

Buona fortuna, Mister: ne avrà bisogno

Sia chiaro, nessuno vuole gettare ombre gratuite su un allenatore che deve ancora scendere in campo. Anzi: a Felice Rea vanno gli auguri sinceri di chi scrive, perché un progetto che riesca davvero a riportare in alto i colori matesini farebbe bene a tutti, tifosi in primis. Ma tra il paragone risorgimentale scomodato dalla società, il fantasma sempre presente dell’era Rega e un’iscrizione al campionato arrivata, come si suol dire, giusto in tempo, il quadro che si presenta a Rea e Governucci è tutto tranne che rassicurante.

D’Azeglio, tra l’altro, la frase sugli italiani da “fare” la pronunciò guardando a un’unità nazionale faticosissima da costruire davvero, altro che proclami. Chissà se qualcuno, a Piedimonte, ha pensato anche a questo dettaglio prima di scomodare la Storia con la esse maiuscola per presentare un allenatore di Eccellenza. Nel dubbio, meglio concentrarsi sul campo: lì, alla fine, si scriverà l’unica pagina che conta davvero.

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