Un’intervista a 360 gradi con il direttore sportivo di lungo corso, uomo di campo e osservatore instancabile. Dalla gavetta ai grandi club, passando per la valorizzazione dei giovani, l’esperienza al Matese e uno sguardo attento ai nuovi talenti. Fino a quel progetto che potrebbe rappresentare il coronamento di una lunga carriera.
Paolo Filosa, partiamo dall’inizio: 34 anni da direttore. Cosa significa?
«Sono 34 anni che faccio il direttore e posso dire di aver vissuto il calcio praticamente in tutte le sue sfaccettature. Ho avuto l’onore di collaborare con grossi club e credo, guardando indietro, di aver raggiunto sempre gli obiettivi e i risultati che mi ero prefissato. La cosa che mi rende maggiormente orgoglioso, però, è aver contribuito alla crescita di tanti ragazzi. Diversi calciatori che ho seguito sono riusciti ad arrivare nel professionismo. Per me questa è una soddisfazione enorme, forse ancora più importante di una vittoria o di una promozione».
Lei è un direttore che ama stare sui campi. Quanto è importante vedere le partite dal vivo?
«È fondamentale. Io sono uno che ama girare sui campi, vedere partite, parlare con gli addetti ai lavori e soprattutto osservare i calciatori. Credo che un direttore debba andare a vedere tante gare. Solo guardando partite su partite puoi scoprire un calciatore, puoi accorgerti di caratteristiche che magari non emergono da un semplice video o da una segnalazione. Il calcio si studia, ma soprattutto si vive. E io continuo ad avere la stessa curiosità di quando ho iniziato».
Parlando di giovani: c’è un calciatore che, secondo lei, può arrivare lontano?
«Ci sono tanti giovani interessanti e sarebbe impossibile citarli tutti. Però, tra i tanti, voglio fare un nome: Juliano, portiere classe 2007 della Sarnese. È un ragazzo che mi piace molto e che credo abbia qualità e margini di crescita importanti. A mio avviso può arrivare molto lontano. Quando parlo di giovani, non guardo soltanto quello che sono oggi, ma soprattutto quello che possono diventare domani. E Juliano, secondo me, è uno di quei ragazzi che vale la pena seguire con grande attenzione».
E tra gli allenatori giovani c’è qualcuno che l’ha particolarmente colpita?
«Sì, anche in questo caso faccio un nome: Roberto Bergantino, allenatore del Carinola in Promozione campana. È un ragazzo che mi piace molto perché fa dell’abnegazione e del lavoro la sua arma principale. È uno che si applica, studia, si aggiorna e cerca continuamente di migliorarsi. Nel calcio il talento da solo non basta. Servono sacrificio, studio, umiltà e soprattutto tanto lavoro quotidiano. Io credo che Bergantino possa arrivare molto lontano. È un allenatore giovane che, secondo me, merita di essere seguito e osservato con attenzione».
Lo scorso anno ha scelto di scendere in Eccellenza. Una scelta particolare per un direttore con la sua esperienza.
«Sarei ipocrita se dicessi il contrario: ho deciso consapevolmente di scendere di categoria. Non considero le categorie una questione di prestigio personale. Per me contano i programmi, le idee e la possibilità di lavorare seriamente. Credo che anche al Matese sia stato fatto il massimo. Avevamo una squadra molto giovane e siamo riusciti ad arrivare fino alle semifinali per andare in Serie D. Per me è stato un percorso importante, perché lavorare con i giovani e vedere una squadra crescere è una delle cose che mi gratificano maggiormente».
E arriviamo all’attualità. In questa stagione ha ricevuto diverse chiamate?
«Sarei un bugiardo se dicessi di aver rifiutato chiamate. La verità è che, purtroppo, quest’anno non è arrivata quella chiamata che aspettavo. E devo dire che ancora oggi non riesco a darmi completamente una risposta sul perché. Forse, e lo dico con grande serenità, oggi molti presidenti preferiscono gli “yes man”: persone che dicono sempre sì e che magari non mettono mai in discussione una scelta».
Cosa significa, per lei, non essere uno “yes man”?
«Significa avere delle idee e difenderle. Significa confrontarsi con un presidente, con una società, con un allenatore e dire quello che si pensa, anche quando non è quello che l’interlocutore vorrebbe sentirsi dire. Io porto in dote alle società esperienza, conoscenze e soprattutto calciatori che, quando arrivano, spesso rimangono nei club anche negli anni successivi. Non mi piace costruire squadre per una sola stagione. Mi piace lasciare qualcosa».
E cosa vorrebbe lasciare?
«Un progetto. Una filosofia. Le mie idee devono necessariamente collimare con quelle della società. E al centro del mio modo di vedere il calcio ci sono i giovani. Un ragazzo deve avere la possibilità di crescere, sbagliare, migliorare e conquistarsi il proprio spazio. Se una società crede davvero nei giovani, allora io sono pronto a sposare quel progetto».
Ma una chiamata importante, in realtà, c’è stata…
«Sì, una chiamata c’è stata. Una società di Lega Pro mi aveva contattato per affidarmi la gestione della Primavera. Era una proposta che mi faceva piacere e che rappresentava sicuramente un riconoscimento importante. Poi, però, la cosa è sfumata».
Perché?
«Perché nel mio cuore c’è un progetto importante. Un progetto nel quale credo profondamente e che potrebbe rappresentare qualcosa di davvero speciale per me. Non voglio anticipare troppo, perché credo sia giusto che venga comunicato ufficialmente quando sarà il momento. Posso soltanto dire che, se tutto dovesse andare come spero, sarebbe il coronamento di un sogno che coltivo da tempo».
Quindi dobbiamo aspettarci un ritorno importante?
«Dico soltanto di aspettare. Nel calcio ho imparato che bisogna parlare quando le cose sono definite. Io continuo a lavorare, continuo a guardare partite, continuo a osservare ragazzi e continuo a studiare calcio. Non mi sono mai fermato. La passione non si spegne perché manca una telefonata. Anzi, forse è proprio nei momenti in cui quella telefonata non arriva che capisci quanto realmente ami questo mestiere».
Un’ultima domanda: dopo 34 anni, cosa rappresenta ancora per lei il calcio?
«Il calcio è la mia vita professionale, ma soprattutto è una passione che non è mai venuta meno. Ho avuto la fortuna di conoscere persone importanti, di lavorare in club importanti, di vedere crescere ragazzi e di vivere momenti indimenticabili. Oggi guardo avanti con la stessa voglia di sempre. Non mi interessa dire dove voglio arrivare: mi interessa arrivarci con le mie idee, con il mio lavoro e con la mia coerenza. E se davvero quel sogno che ho nel cuore dovesse realizzarsi, allora potrò dire che 34 anni di calcio hanno avuto un senso ancora più grande».
Il messaggio finale di Filosa
Paolo Filosa, dunque, aspetta. Ma non è fermo. Continua a studiare, osservare, costruire e soprattutto a credere nella sua idea di calcio. Perché per un uomo di campo la vera differenza, alla fine, non la fa la categoria: la fanno le idee, i programmi, il lavoro e la capacità di riconoscere il talento prima che diventi evidente a tutti.

