Di Nino Notargiovanni

Dopo la vittoria sul Real Mignano, l’abbraccio del mister ai suoi ragazzi ha il sapore di un gesto antico: quello di chi allena col cuore prima che con la testa

VAIRANO PATENORA – Ci sono corse che restano impresse nella memoria del calcio per sempre. Una di queste porta la firma di Carlo Mazzone, il 30 settembre 2001, quando l’allenatore del Brescia, dopo il gol del 3-3 siglato in pieno recupero contro l’Atalanta, perse completamente il controllo e si lanciò di corsa lungo tutto il campo, pugno chiuso al cielo, dritto verso la curva dei tifosi avversari che per novanta minuti lo avevano bersagliato. Una corsa di rivalsa, di rabbia sfogata e trasformata in gioia pura, diventata leggenda, costata cinque giornate di squalifica ma capace di consegnare “Sor Carletto” per sempre al cuore di tutti gli appassionati di calcio.

Oggi, a distanza di anni e su un campo lontanissimo da quello del Rigamonti, un’altra corsa ha raccontato la stessa anima. Dopo la vittoria della sua Boys Vairano sul Real Mignano, mister Manolo Sacco ha corso verso i propri tifosi, non per sfida ma per gratitudine, e si è stretto in un abbraccio con tutti i suoi ragazzi, uno per uno, a dimostrazione plastica di un gruppo compatto, unito, che ha appena vissuto la gara del riscatto.

Due corse, uno stesso filo

Due corse diverse, nate da due contesti opposti. Quella di Mazzone era liberatoria verso un nemico, la risposta di chi aveva incassato in silenzio per poi esplodere nel momento più dolce. Quella di Sacco è stata invece un abbraccio verso casa, verso chi lo ha sostenuto, verso chi aspettava con lui questa vittoria pesante contro una delle corazzate del girone. Ma se si guarda oltre il gesto, oltre la direzione in cui i tacchetti hanno corso sull’erba, si scopre lo stesso filo conduttore: la capacità di un allenatore di trasformarsi, nell’attimo dell’esultanza, nel megafono di un intero gruppo. Mazzone correva per i suoi giocatori quanto per sé stesso. Sacco, allo stesso modo, ha scelto di condividere ogni centimetro di quella gioia con la squadra, invece di trattenerla per sé.

L’eredità di chi allena col cuore

Mazzone è stato definito, nei giorni della sua scomparsa, un uomo genuino e verace, capace di rappresentare un calcio vicino al popolo e ai propri tifosi, il maestro che formò Totti e trasformò Pirlo, l’allenatore che i grandi del calcio mondiale, da Baggio a Guardiola, hanno sempre ricordato con affetto sconfinato. È lo stesso tipo di dedizione, in scala diversa ma non per questo meno autentica, che si respira nel gesto di Manolo Sacco: quella voglia di trasmettere ai propri calciatori qualcosa che va oltre la tattica, qualcosa che assomiglia all’appartenenza.

Non ci sarà nessuna squalifica per la corsa di oggi, nessuna leggenda nazionale da raccontare ai nipoti. Ma in quell’abbraccio collettivo, in quella corsa verso i propri colori, c’è la stessa sostanza che rese Mazzone immortale: la prova che il calcio, prima di essere un risultato, è un legame tra chi guida e chi lo segue in campo.