Virtus Alife riparte dai suoi punti fermi. E tra questi c’è, senza dubbio, lui: Sandro Buonaurio.
Preparatore dei portieri e Mental Coach, ha conquistato non solo la fiducia della società ma, soprattutto, l’entusiasmo dei più piccoli. In un ruolo tanto affascinante quanto difficile come quello del portiere, è riuscito a creare un ambiente in cui anche i bambini si sentono protagonisti. Con pazienza, dedizione e una visione profonda del ruolo, Buonaurio ha dato forma a un metodo innovativo, fatto di tecnica, cuore e mente.

Lo abbiamo incontrato per farci raccontare il suo approccio, i valori su cui fonda il suo lavoro e perché, per lui, fare il portiere è qualcosa che va oltre il semplice gesto tecnico.

Mister Buonaurio, torni per il secondo anno alla Virtus Alife. Che stagione ti aspetti?

«Una stagione di crescita. L’anno scorso abbiamo gettato le basi, quest’anno vogliamo consolidare il lavoro e andare ancora più in profondità. I bambini sono entusiasti, partecipi, e questa è la cosa più bella. Il mio obiettivo è farli innamorare del ruolo, ma soprattutto farli crescere come persone.»

Hai definito il ruolo del portiere “un atto di fede”. Cosa intendi con questa espressione?

«Fare il portiere vuol dire esporsi, prendersi responsabilità, accettare che ogni errore sarà visibile e giudicato. Ma chi sceglie questo ruolo lo fa con convinzione, perché sente di avere una forza interiore diversa. È fede in sé stessi, nel proprio lavoro, nella propria reazione. Serve carattere, coraggio e una forte gestione emotiva.»

So che nella vita sei un Mental Coach, quanto conta la mente nella formazione di un portiere?

«La mente è tutto. Un portiere può essere perfetto tecnicamente, ma se non sa gestire la pressione, l’errore, il silenzio di un tempo passato senza tocchi, rischia di crollare. Allenare la mente è come allenare i muscoli: serve tempo, metodo e costanza. Ai bambini insegno prima di tutto a riconoscere le proprie emozioni in modo da poterle gestire, essere focalizzati sul qui e ora, ad accettare l’errore e a ripartire subito.»

Il tuo metodo è molto apprezzato, anche dai genitori. Cos’ha di diverso?

«Io non alleno solo il gesto, ma la persona. Credo in una preparazione olistica: tecnica, atletica, ma soprattutto mentale. Ai bambini dico che il loro valore non si misura solo dai gol subiti o dalle parate fatte. Lavoriamo su fiducia, reazione, comunicazione. E poi, tanta pazienza. Ogni bambino è un mondo a sé, e va ascoltato.»

Hai già attirato tanti piccoli portieri alla Virtus Alife. Un ruolo complicato, ma ora molto richiesto…

«Sì, e ne sono orgoglioso. Vedere bambini di 7-8 anni scegliere di fare il portiere con entusiasmo mi emoziona. Il mio compito è far capire loro che non sono soli. Che dietro ogni tuffo c’è un pensiero, una scelta, una preparazione. E che il loro ruolo è fondamentale, unico. Questo dà loro una forza che si porteranno dietro anche fuori dal campo.»

In conclusione, cosa vuoi trasmettere ai tuoi ragazzi?


«Voglio che crescano forti, sicuri, con la testa alta anche dopo una sconfitta. Il portiere è l’ultimo baluardo, ma spesso è anche il primo a rialzarsi. Insegno questo: il coraggio di rimettersi in piedi. Sempre.»