C’è un passaggio nell’autobiografia di Sinisa Mihajlović, “La partita della vita”, che ha fatto discutere in tanti. L’ex allenatore, scomparso nel dicembre 2022, racconta le sensazioni che prova guardando i ragazzini di oggi avvicinarsi al campo: arrivano in auto senza patente, vestiti alla moda, tatuaggi e cuffiette alle orecchie. “Li guardo negli occhi, ma non ci vedo né la fame né l’ambizione”, scrive. Non è una sterile critica generazionale, ma un invito a ritrovare il vero senso del gioco.

Mihajlović rievoca i tempi in cui il pallone era un privilegio e il campo un luna park. Racconta di allenamenti fatti solo con la palla, senza troppa tattica, perché a quell’età era più importante imparare a dribblare, a calciare di destro e di sinistro, a posizionare il corpo, a correre con e senza pallone

localhost. Oggi, sostiene, troppo spesso si insegnano schemi, pressing, linee difensive, trascurando le basi. Il risultato? Difensori che non sanno marcare, attaccanti con una sola finta. Giovani più attenti ai social che al campetto sotto casa.

Se spostiamo lo sguardo sul mondo dilettantistico campano, il monito di Mihajlović diventa ancora più prezioso. In molti comuni della Campania, dalla provincia di Caserta a quella di Napoli, c’è chi investe energie, denaro e passione nei settori giovanili. Società come Memory Giacomo Caracciolo o Lacco Ameno 2013, inserite nella graduatoria per l’accesso alla Promozione



localhost, dedicano buona parte dei loro punteggi all’attività giovanile SGS (Settore Giovanile e Scolastico). Sono formazioni che lavorano sul campo, con tecnici preparati e programmi formativi. Il loro obiettivo non è collezionare “like” su Instagram, ma dare ai ragazzi la possibilità di imparare a giocare bene a calcio e a crescere come persone.

Questo è il contesto su cui dovrebbero riflettere i giovani: il calcio dilettante come palestra di vita, dove si impara la tecnica e il sacrificio più che l’apparenza. Chi frequenta questi campi lo sa: allenatori e dirigenti ripetono spesso che la priorità è imparare a stoppare un pallone, a tirare con entrambi i piedi, a capire quando passare o andare in dribbling. La tattica viene dopo. E non c’è bisogno di sponsor o procuratori a 15 anni: per essere davvero calciatori bisogna avere voglia di migliorarsi, farsi trovare puntuali agli allenamenti e ascoltare i consigli di chi dedica tempo ed esperienza.

Mihajlović chiude il suo sfogo con una frase che racchiude il senso di tutto: “Quando penso al calcio la prima cosa che mi viene in mente è: quanto mi sono divertito. Sempre.” Questa è la chiave. La gioia di tirare un rigore al campetto dietro casa, l’emozione di indossare la maglia della propria squadra del paese, la soddisfazione di migliorare un gesto tecnico. Nel calcio dilettante ci sono tanti allenatori che, come il mister serbo, hanno vissuto il pallone con gli occhi di un bambino e vogliono trasmettere quella gioia ai ragazzi di oggi.

Per questo, il messaggio ai giovani è chiaro: abbassate lo sguardo dal telefonino e alzatelo verso il campo. Curate la tecnica e la passione prima della spettacolarità. Ringraziate chi, nelle società di provincia, vi offre strutture e competenza, perché da lì passa il futuro del nostro calcio. E ricordatevi sempre che prima di fare calciatori, bisogna essere calciattori veri, con un cuore che batte per il gioco e non per l’immagine.