C’è un tipo di dolore che non si vede. Non fa notizia, non sanguina, non si fascia. Ma brucia. Dentro. Ed è quel tipo di umiliazione silenziosa, subdola, che solo chi ama il calcio – ma ne è stato escluso senza motivo – può capire davvero.
Roberto Baggio racconta, con voce ferma ma colma di rimpianti, il suo rapporto conflittuale con l’allora tecnico del Bologna, Renzo Ulivieri. Un rapporto teso, vissuto tra silenzi che urlano e sguardi che giudicano. Per Baggio era la prima volta da ex contro Milan e Juventus, le squadre che gli avevano dato (e tolto) tutto. Era il momento di giocare, di dimostrare, di liberarsi. Invece, panchina.
“Mi aveva umiliato. Glielo dissi. Con aria decisa, ma con educazione.”
Ma l’educazione, nel calcio, spesso viene scambiata per debolezza. E così Baggio, che viveva ogni pallone come un destino, esplose. Non per capriccio, ma per dignità. Perché non si può togliere a un campione il diritto di giocare le partite del cuore. Non si può ignorare la storia di un uomo solo per un’ombra di gelosia.
“Aveva paura che segnassi troppo. Se segnavo, i giornali parlavano di me, non di lui.”
Quanta verità cruda in questa frase. Il calcio, a volte, è anche questo: l’ego degli uomini che dovrebbero solo allenare e accompagnare. Ma che vogliono riflettersi nella luce dei giocatori, prendendone il posto nella scena. Ulivieri, dice Baggio, soffriva di protagonismo. Era uno di quei tecnici che rifiutano il dialogo, che temono il talento altrui come minaccia e non come ricchezza.
Eppure, in fondo, non c’è rancore nelle parole del Divin Codino. Solo delusione. Quella che ti resta quando credi di essere parte di qualcosa, ma vieni messo da parte come una pedina scomoda. Baggio ha giocato poi, ha segnato, ha trascinato il Bologna. Ma le ferite dell’anima, si sa, guariscono a fatica.
“Che ne so, forse ora, dopo questi anni, si è fatto un’altra idea del sottoscritto.”
È l’ultima frase a colpire davvero. Non c’è vendetta. Non c’è arroganza. Solo una speranza: che il tempo renda giustizia a chi non voleva rubare la scena, ma semplicemente dare tutto sé stesso per il gioco più bello del mondo.
Fonte “Una porta nel cielo”
