di Nino Notargiovanni

Giovanni Malagò è il nuovo presidente della FIGC.
Una firma, un’elezione, un passaggio che segna la fine dell’era Gabriele Gravina. Ma la domanda è una sola, brutale e inevitabile: cambierà davvero qualcosa?

Perché il calcio italiano non ha bisogno di un volto nuovo.
Ha bisogno di una rivoluzione.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un lento declino: identità smarrita, vivai impoveriti, Nazionale fragile. E mentre il resto d’Europa corre, noi restiamo fermi, aggrappati ai ricordi. Tre fallimenti mondiali hanno segnato una generazione intera. Non è sfortuna. È sistema.

E allora attenzione: il rischio è dietro l’angolo.
Se il nuovo corso riparte dai soliti nomi – Roberto Mancini, Antonio Conte – allora non siamo davanti a una svolta, ma a un ritorno. E i ritorni, spesso, non fanno la storia. La rincorrono.

Il calcio italiano ha bisogno di idee, non di nostalgie.
Ha bisogno di coraggio.

Perché non coinvolgere figure come Roberto Baggio, Alessandro Del Piero o Francesco Totti? Non per operazioni di facciata, ma per restituire anima e credibilità a un movimento che oggi sembra vuoto. Servono uomini di calcio, ma anche visione moderna, competenze, struttura.

Malagò eredita un sistema in difficoltà, ma anche un’occasione irripetibile: rifondare.
Dalle scuole calcio alla Serie A, passando per i giovani, i tecnici, i dirigenti. Serve una filiera chiara, una linea guida, un’identità.

Non bastano slogan. Non bastano nomi altisonanti.
Serve un progetto.

Perché il tempo è finito.
E il calcio italiano non può più permettersi un altro falso inizio.

Questa non è solo una nuova presidenza.
È un esame.

E stavolta, bocciare non è più un’opzione.