Per convincere un tifoso non devi demolire le sue idee. Devi costruirne una nuova

Nel calcio, come nella vita, le persone cambiano opinione molto più facilmente quando trovano un terreno comune che quando vengono messe all’angolo. La lezione della psicologia della persuasione raccontata attraverso il pallone.

Ci sono partite che si vincono sul campo e altre che si decidono molto prima del fischio d’inizio, dentro la testa delle persone.

Pensiamo a una scena familiare. È lunedì mattina. Al bar si commenta la partita della domenica sera. Un tifoso è convinto che il proprio allenatore debba essere esonerato immediatamente. Per lui ogni cambio è sbagliato, ogni sostituzione è una prova dell’incompetenza del tecnico. Poco importa che la squadra abbia creato dieci occasioni da gol o che abbia perso per un episodio sfortunato.

Arriva l’amico con statistiche, dati avanzati, expected goals, possesso palla, chilometri percorsi e confronti con le migliori squadre europee.

Il risultato?

Nessuno.

Anzi, spesso accade l’opposto. Il tifoso diventa ancora più convinto della propria posizione. Ogni statistica viene interpretata come una giustificazione, ogni numero come una manipolazione. La discussione si trasforma in un derby verbale dove nessuno ascolta davvero.

È uno dei fenomeni più affascinanti studiati dalla psicologia moderna: il bias di conferma.

Come ci ha raccontato Tali Sharot nel suo libro La scienza della persuasione, il nostro cervello non è programmato per cercare la verità, ma per difendere ciò che già considera vero. Più una convinzione è radicata, più tenderemo a cercare informazioni che la confermano e a ignorare quelle che la mettono in discussione.

Nel calcio questo succede continuamente.

Chi pensa che il VAR rovini il gioco noterà soltanto gli episodi in cui crea polemiche, dimenticando tutte le decisioni corrette che ha permesso di prendere.

Chi considera un centravanti “finito” vedrà soltanto gli errori sotto porta, ignorando il lavoro che svolge per la squadra.

Chi ama un determinato allenatore troverà sempre una spiegazione per ogni sconfitta. Chi lo detesta troverà sempre un motivo per attribuirgli ogni responsabilità.

Più proviamo a smontare queste convinzioni con dati e numeri, più spesso otteniamo l’effetto contrario.

È un meccanismo controintuitivo, ma estremamente umano.

La partita che non bisogna giocare

L’errore più frequente consiste nel pensare che la persuasione sia una gara.

Io porto argomenti.
Tu porti contro argomenti.

Io alzo il volume.
Tu fai lo stesso.

Alla fine, nessuno cambia idea.

Nel calcio questo succede ogni giorno.

Il direttore sportivo cerca di convincere una piazza che un giovane talento merita fiducia.

L’allenatore prova a spiegare perché serve pazienza con un nuovo modulo.

Il presidente presenta un progetto triennale mentre la tifoseria pretende risultati immediati.

Se il messaggio entra direttamente in collisione con ciò che il pubblico pensa già, la probabilità di essere ascoltati diminuisce drasticamente.

È come cercare di segnare contro una difesa schierata con undici uomini dietro la linea della palla.

La strategia dei grandi allenatori

I migliori tecnici raramente iniziano dicendo ai giocatori che stanno sbagliando tutto.

Prima costruiscono una convinzione condivisa.

Pensiamo a un allenatore che eredita una squadra abituata a difendere molto bassa.

Potrebbe entrare nello spogliatoio dicendo:

“Da oggi dimenticate tutto quello che avete fatto finora.”

Probabilmente troverebbe soltanto resistenza.

Oppure potrebbe iniziare in un altro modo.

“Abbiamo un gruppo che concede pochissimi spazi e sa soffrire. Manteniamo questa forza, ma aggiungiamo una pressione più alta per recuperare il pallone prima.”

La differenza sembra sottile.

In realtà cambia completamente la percezione.

Non si sta demolendo ciò che esiste.

Si sta costruendo qualcosa sopra ciò che già funziona.

È esattamente il principio descritto da Sharot.

Quando una convinzione è troppo radicata per essere eliminata, spesso è più efficace crearne una nuova che possa convivere con quella precedente fino a sostituirla gradualmente.

Dal mercato ai social: il calcio è pieno di esempi

Ogni estate assistiamo allo stesso copione.

Un nuovo acquisto arriva accompagnato dallo scetticismo generale.

C’è chi lo considera troppo vecchio.

Chi troppo giovane.

Chi inadatto al campionato italiano.

Le società che cercano di convincere i tifosi con slogan del tipo “È il migliore” raramente ottengono il risultato sperato.

Molto più efficace è raccontare una storia diversa.

Non il confronto con il passato.

Ma il progetto futuro.

“Questo giocatore porterà intensità.”

“Completerà le caratteristiche della squadra.”

“Ci permetterà di giocare in modo diverso.”

Il focus non è più dimostrare che i dubbi dei tifosi sono sbagliati.

È offrire loro una nuova prospettiva nella quale possano riconoscersi.

Lo stesso vale nello spogliatoio.

Un capitano che vuole convincere il gruppo ad allenarsi con maggiore intensità non dice:

“Vi state impegnando poco.”

Più probabilmente dirà:

“Se aumentiamo l’intensità di un dieci per cento possiamo arrivare ai playoff.”

Non attacca l’identità della squadra.

Costruisce una nuova identità.

Il terreno comune è il vero fuoriclasse

Ogni grande negoziatore, ogni allenatore vincente e ogni leader efficace conosce una regola fondamentale.

Prima di parlare, cerca ciò che unisce.

Nel calcio quel terreno comune esiste quasi sempre.

Tutti vogliono vincere.

Tutti vogliono vedere la squadra crescere.

Tutti desiderano valorizzare i giovani.

Tutti vogliono evitare gli errori.

Quando la conversazione parte da questi punti condivisi, le resistenze diminuiscono.

Quando invece parte da ciò che divide, le difese si alzano immediatamente.

È una lezione che vale per gli spogliatoi, per le dirigenze, per i social network e perfino per le discussioni tra amici davanti a una partita.

La persuasione non consiste nel dimostrare che l’altro ha torto.

Consiste nel costruire insieme una strada nella quale entrambi possano riconoscersi.

Costruire invece di demolire: cinque consigli per cambiare le convinzioni

La psicologia della persuasione ci lascia una lezione preziosa, applicabile tanto nello sport quanto nella vita quotidiana.

1. Parti dagli obiettivi condivisi. Prima di discutere, trova ciò che vi accomuna: la crescita della squadra, il desiderio di vincere, il miglioramento delle prestazioni.

2. Non attaccare direttamente le convinzioni. Più una persona si sente messa sotto accusa, più difenderà la propria posizione.

3. Costruisci una nuova prospettiva. Invece di dimostrare che una convinzione è sbagliata, proponine una capace di integrarla e superarla.

4. Racconta il futuro, non il passato. Le persone sono molto più disponibili a immaginare un miglioramento che ad ammettere di aver sbagliato.

5. Ricorda che convincere non significa vincere una discussione. La vera persuasione nasce quando due persone iniziano a guardare nella stessa direzione.

Perché, proprio come accade nel calcio, le partite più importanti non si vincono imponendo il proprio gioco. Si vincono facendo muovere tutta la squadra verso lo stesso obiettivo.

Di LeonardoPagano

Mi chiamo Leonardo Pagano, sono nato a Vieste nel 1977, e per oltre vent’anni ho indossato la divisa dell’Esercito Italiano. Ho iniziato come volontario, sono diventato Maresciallo, ho comandato plotoni, formato giovani soldati, partecipato a operazioni sul territorio nazionale e all’estero, come in Afghanistan, dove ho lavorato nella cooperazione civile-militare. Ma dentro quella divisa, c’era anche altro. C’era la voglia di capire le persone, di educare, di accompagnare chi avevo accanto nel diventare migliore. Per questo, mentre prestavo servizio, ho studiato. Ho conseguito tre lauree — in Scienze Organizzative, Educazione e Pedagogia — e oggi continuo a formarmi in Psicologia. Da qualche anno ho lasciato l’Esercito e lavoro nella Pubblica Amministrazione. Ho collaborato con l’Ufficio Scolastico Territoriale di Foggia come referente informatico, ma la mia vocazione educativa è rimasta intatta. Sono anche coach, istruttore cinofilo, specializzato nel soccorso in acqua e nella relazione uomo-animale, e ho pubblicato un libro, Il Cammino di Cristalda, in cui racconto emozioni, fragilità e rinascita. Credo nell’ascolto, nel lavoro di squadra, nel coraggio di cambiare. Ho imparato a orientarmi sul terreno, ma ancora di più dentro le persone. Il mio cammino, oggi, non è più sotto le armi: è tra le parole, le relazioni e i gesti quotidiani che costruiscono comunità.