C’era una volta lo sport dilettantistico italiano. Un sistema imperfetto ma vivo, tenuto in piedi da passione, volontariato, senso di comunità. Poi è arrivata la Riforma dello Sport. E con essa, tante buone intenzioni, una montagna di burocrazia, e un effetto paradossale: mettere in ginocchio proprio le realtà che si voleva tutelare.
La Riforma, entrata in vigore con progressiva attuazione tra il 2023 e il 2025, impone nuove regole su contratti, tutele assicurative, rapporti di lavoro sportivo, obblighi fiscali e previdenziali. Tutto giusto, tutto “europeo”, tutto in teoria. Ma nella pratica, il mondo dilettantistico – fatto di piccole società, budget ridotti e volontariato spinto – non riesce a reggere il passo.
I nodi critici?
Sono tanti. Ecco i principali:
Obblighi burocratici troppo pesanti: per una piccola società che lavora con 50-100 giovani, assumere un amministrativo, un consulente del lavoro, un fiscalista diventa quasi più costoso dell’attività stessa.
Costo del lavoro sportivo aumentato: le nuove tutele (malattia, previdenza, ferie) hanno senso in ambito professionale, ma diventano una zavorra per chi paga 400€ al mese a un istruttore che lavora due ore alla settimana.
Fuga di giovani e instabilità dei vivai: le società investono anni nella formazione dei ragazzi, ma senza più vincoli di tesseramento e con scarsa tutela dei percorsi educativi, basta una promessa da un’altra società per smontare anni di lavoro.
Morte silenziosa di tante Juniores: emblematico è il caso di alcune società (di cui non faremo nomi per rispetto) che, dopo anni di investimenti seri e playoff meritati, sono costrette a non iscrivere le proprie squadre giovanili per il 2025/26. Il motivo? Troppo oneroso, troppo fragile il sistema.
Allenatori e collaboratori scoraggiati: molti tecnici storici, pur esperti e motivati, rinunciano a ruoli formali per non imbarcarsi in un labirinto di burocrazia e responsabilità sproporzionate.
La domanda scomoda
Chi ha scritto questa riforma, conosce davvero il calcio dilettantistico? Ha mai vissuto un pomeriggio su un campo sterrato con le reti rotte e 20 bambini da gestire? Ha mai provato a chiudere un bilancio con le casse in rosso e lo sponsor in ritardo?
Il rischio concreto
Il rischio non è solo quello di perdere squadre, ma di svuotare lo sport di base. Di spezzare il legame tra territorio e sport. Di lasciare i giovani nelle mani di chi promette e non forma, di chi compra e non educa.
Le soluzioni possibili
Un’applicazione graduale e modulata in base al volume di attività.
Agevolazioni concrete per chi investe nei vivai.
Un vincolo formativo temporaneo per evitare il “mercato dei ragazzini”.
Un fondo nazionale di sostegno alle piccole società.
Chiamiamola con il suo nome
La riforma, così com’è, ha allontanato lo sport dilettantistico dai suoi principi. Serve un tavolo di confronto vero, con chi ogni giorno si sporca le mani e si rimbocca le maniche.
Perché lo sport è sacrificio e passione, non solo contratti e moduli da compilare. E se non si ascoltano le società, lo sport vero rischia di morire sul campo. Non per sconfitta, ma per abbandono.
