
Una decisione inaccettabile, un colpo basso alla dignità di un’intera comunità. La chiusura del punto nascite dell’Ospedale di Piedimonte Matese non è solo una scelta sbagliata: è una vergogna istituzionale che mette in pericolo 70.000 persone distribuite in ben 31 comuni, lasciando senza tutela mamme, bambini e famiglie intere.
Il popolo matesino ha risposto con forza. La piazza ha tremato. Non una semplice protesta, ma una vera e propria mobilitazione popolare. C’erano tutti: il vescovo, i sacerdoti, le mamme, i bambini, i medici, gli infermieri, i volontari AVO, la Protezione Civile, le forze dell’ordine, i sindaci, i cittadini, i giovani del Movimento per la Vita. Da Castello del Matese ad Alife, fino a Sessa Aurunca: un fiume umano unito da un solo grido: “Non ci arrendiamo!”
Questa non è solo una battaglia sanitaria. È una battaglia di civiltà. Chiudere un punto nascite significa costringere una madre a percorrere chilometri in situazioni d’emergenza, rischiando la vita propria e del suo bambino. È una condanna all’abbandono, un chiaro segnale che la politica — sia regionale che nazionale — ha deciso di voltare le spalle alle aree interne, trattandole come territori di serie B.
Ma Piedimonte Matese non si fa comandare. Non si piega. E non si ferma.
Le istituzioni devono capire che la sanità non è un privilegio, è un diritto costituzionale. E questo diritto oggi viene calpestato. In un’Italia che parla di inclusione e diritti, si permette che territori interi vengano lasciati senza servizi essenziali.
Questo scempio deve finire. Le comunità del Matese sono vive, orgogliose e determinate. E continueranno a lottare finché il punto nascita non sarà riaperto.
Piedimonte è solo l’inizio.