Ven. Ago 29th, 2025

Agosto. Tempo di vacanze, di ombrelloni e sentieri, ma soprattutto di pausa. Una parentesi attesa in cui finalmente ci si può fermare, respirare e – perché no – riflettere. Per molti italiani, il lavoro resta fuori dalla valigia, vissuto più come un dovere che come una fonte di realizzazione. Le ricerche sul benessere lavorativo lo confermano: nel nostro Paese, poche persone si dichiarano davvero felici di lavorare. Ma se fosse possibile ritrovare soddisfazione nel lavoro senza necessariamente cambiarlo?

È quello che ci insegna Amy Wrzesniewski, psicologa dell’Università di Yale, che da anni studia come l’atteggiamento mentale con cui affrontiamo il lavoro può trasformare radicalmente la nostra esperienza professionale.

Tre modi di vivere il lavoro

Secondo le sue ricerche, ogni persona si colloca lungo tre possibili orientamenti professionali:

  1. Lavoro – Lo si fa per necessità, per guadagnarsi da vivere. È faticoso, poco stimolante e privo di significato personale.
  2. Carriera – Lavorare significa salire di livello, ottenere prestigio, status e riconoscimenti. Il motore è l’ambizione.
  3. Vocazione – È il lavoro vissuto come qualcosa che rispecchia sé stessi. Ha significato, coinvolge, e genera soddisfazione perché si sente di contribuire a qualcosa di più grande.

La chiave? Non è il tipo di lavoro a determinare l’orientamento, ma il modo in cui lo percepiamo. E qui entra in gioco il concetto di job crafting.

Job crafting: plasmare il proprio lavoro… mentalmente

Spesso, quando si pensa a “cambiare lavoro”, si immagina di dover cambiare azienda, settore, ruolo. Ma il vero cambiamento può avvenire dentro di noi, con un semplice cambio di prospettiva. Gli psicologi organizzativi chiamano questo processo job crafting, ovvero modificare il proprio lavoro attraverso l’atteggiamento mentale.

Come dice la stessa Amy Wrzesniewski:

“Nuove possibilità si aprono per il significato del proprio lavoro semplicemente attraverso il modo in cui viene costruito mentalmente l’individuo.”

Un esempio pratico

Immagina due assistenti scolastici nella stessa scuola elementare. Entrambi svolgono le stesse mansioni, hanno lo stesso orario, la stessa retribuzione. Ma il loro approccio è radicalmente diverso:

  • Il primo si concentra solo sul disordine che deve sistemare ogni giorno dopo che i bambini escono dalle classi. Vive il lavoro come una fatica, qualcosa da sopportare.
  • Il secondo, invece, è convinto che, mantenendo gli ambienti puliti e ordinati, contribuisca a creare uno spazio sano e accogliente per i bambini. Lo vive come un piccolo ma concreto contributo al loro benessere e alla loro crescita.

Stesse azioni, stesso contesto, ma uno vive il lavoro come un peso, l’altro come una vocazione. Questo piccolo esempio mostra quanto il significato che attribuiamo al nostro lavoro può fare la differenza in termini di motivazione, soddisfazione e qualità del lavoro stesso.

Cosa possiamo fare al rientro dalle vacanze?

Durante queste settimane di pausa, approfittiamo per riflettere su come possiamo dare più senso personale al nostro lavoro. Ecco quattro spunti pratici ispirati dalla teoria del job crafting:

  1. Riscopri i tuoi valori
    Cosa ti sta veramente a cuore? Quali aspetti del tuo lavoro sono allineati con chi sei davvero?
  2. Modifica il tuo modo di agire
    Cerca di inserire attività o modalità operative che ti stimolino di più. Anche piccoli cambiamenti possono avere un grande impatto.
  3. Coltiva relazioni positive
    Chi sono le persone che ti ispirano e ti fanno lavorare meglio? Avvicinati a loro, crea connessioni autentiche.
  4. Rivedi il tuo scopo quotidiano
    Anche il compito più semplice può acquistare valore se visto in una cornice più ampia.

E per questo, ti propongo un esercizio semplice ma potente, da fare durante le vacanze, magari proprio mentre ti godi un momento di tranquillità:

Esercizio: trova il significato nascosto

  • Prendi un foglio e posizionalo in orizzontale.
  • A sinistra, scrivi un compito del tuo lavoro che trovi noioso, ripetitivo o privo di senso.
  • Poi chiediti: Qual è lo scopo di questo compito? Cosa mira a conseguire?
  • Traccia una linea verso destra e scrivi la risposta.
  • Se la risposta ti sembra ancora poco motivante, chiediti ancora: a cosa porta questo risultato?
  • Traccia un’altra linea, scrivi la risposta. Continua fino a trovare un significato che ti parli davvero, qualcosa che abbia valore per te.

Con questo semplice esercizio puoi riscoprire il legame tra ciò che fai e il contributo che dai. E magari iniziare a vedere anche i compiti più banali sotto una nuova luce.

In conclusione

Il lavoro non deve per forza essere perfetto per essere appagante. Spesso non è necessario cambiarlo, ma cambiare come lo viviamo.
Le ricerche di Amy Wrzesniewski ci dimostrano che un orientamento vocazionale è accessibile a tutti, a patto di guardare il proprio ruolo con occhi nuovi, più consapevoli e connessi ai propri valori.

Agosto è il momento ideale per rigenerarsi. E magari, al rientro, tornare in ufficio con una nuova prospettiva.
Perché il cambiamento vero inizia da come scegliamo di vivere ciò che facciamo.

Buone vacanze… e buon job crafting!

Di LeonardoPagano

Mi chiamo Leonardo Pagano, sono nato a Vieste nel 1977, e per oltre vent’anni ho indossato la divisa dell’Esercito Italiano. Ho iniziato come volontario, sono diventato Maresciallo, ho comandato plotoni, formato giovani soldati, partecipato a operazioni sul territorio nazionale e all’estero, come in Afghanistan, dove ho lavorato nella cooperazione civile-militare. Ma dentro quella divisa, c’era anche altro. C’era la voglia di capire le persone, di educare, di accompagnare chi avevo accanto nel diventare migliore. Per questo, mentre prestavo servizio, ho studiato. Ho conseguito tre lauree — in Scienze Organizzative, Educazione e Pedagogia — e oggi continuo a formarmi in Psicologia. Da qualche anno ho lasciato l’Esercito e lavoro nella Pubblica Amministrazione. Ho collaborato con l’Ufficio Scolastico Territoriale di Foggia come referente informatico, ma la mia vocazione educativa è rimasta intatta. Sono anche coach, istruttore cinofilo, specializzato nel soccorso in acqua e nella relazione uomo-animale, e ho pubblicato un libro, Il Cammino di Cristalda, in cui racconto emozioni, fragilità e rinascita. Credo nell’ascolto, nel lavoro di squadra, nel coraggio di cambiare. Ho imparato a orientarmi sul terreno, ma ancora di più dentro le persone. Il mio cammino, oggi, non è più sotto le armi: è tra le parole, le relazioni e i gesti quotidiani che costruiscono comunità.