Nel mondo della scuola italiana si sta facendo largo una proposta destinata a far discutere: eliminare la figura del “docente di sostegno” per sostituirla con quella del “docente per l’inclusione”. Un cambiamento solo lessicale? Non proprio. Dietro questa modifica, avanzata dalla Lega, si nasconde una rivoluzione che potrebbe avere ripercussioni profonde sul funzionamento delle nostre scuole.
Ma andiamo con ordine.
Una nuova etichetta, vecchi rischi
L’intento dichiarato della proposta è nobile: valorizzare il ruolo di chi si occupa dell’inclusione, un pilastro della scuola italiana. Tuttavia, come ha ben spiegato Evelina Chiocca, presidente dell’Osservatorio 182, questa nuova etichetta potrebbe creare più problemi che benefici.
Chiocca mette in guardia da una deriva pericolosa: il rischio che con il “docente per l’inclusione” si finisca per attribuire a un solo insegnante tutta la responsabilità educativa nei confronti degli alunni con disabilità, sollevando gli altri docenti da questo compito.
Ma l’inclusione non è un mestiere individuale. È un lavoro di squadra. Una missione condivisa da tutto il corpo docente, dal personale scolastico, dalla dirigenza. Spostare l’attenzione (e forse la responsabilità) su una sola figura rischia di farci tornare indietro di decenni, isolando proprio chi dovrebbe essere integrato.
Un cambio di nome non è solo semantica
Chiocca sottolinea che la legge 104/1992 parla di “docenti specializzati” e non di “docenti di sostegno”. Quest’ultimo termine è entrato nel linguaggio comune, nella prassi, nei cuori di tante famiglie e alunni che a quel sostegno si sono aggrappati per non affondare.
Cambiare ora la definizione può sembrare un dettaglio, ma le parole contano, soprattutto nella scuola. Le parole definiscono ruoli, aspettative, relazioni. Una scelta simile potrebbe creare confusione, sia a livello normativo che contrattuale. E, peggio ancora, far passare l’idea che l’inclusione sia un compito “delegabile”.
Inclusione o deresponsabilizzazione?
Dietro l’intento di rinnovamento si nasconde il vero pericolo: la frammentazione delle responsabilità. Se l’inclusione diventa “compito di uno”, allora c’è il rischio concreto che tutti gli altri si sentano meno coinvolti, meno chiamati in causa. È un rischio culturale, oltre che organizzativo.
E poi c’è la questione economica. Chiocca fa notare che, se davvero si volesse un “docente per l’inclusione” in ogni classe, servirebbe un investimento enorme, che al momento non c’è. Anzi, la proposta si basa sulla clausola di invarianza finanziaria: nessun euro in più. Ma come si può parlare di inclusione, di qualità, di attenzione ai più fragili, senza mettere risorse sul tavolo?
Un modello da difendere
Il sistema di inclusione scolastica italiano – pur con i suoi limiti – è riconosciuto come uno dei più avanzati al mondo. La presenza del docente di sostegno è parte integrante di questa conquista, non un dettaglio da sostituire a cuor leggero.
Cambiare il nome e la funzione di questa figura, senza visione, senza investimenti e senza coinvolgimento di tutta la comunità scolastica, rischia di smontare pezzo per pezzo ciò che è stato costruito in anni di impegno e battaglie.
Conclusione
Il cambiamento in sé non è un nemico. Ma se non è accompagnato da una riflessione profonda, da risorse adeguate e da un forte senso di corresponsabilità, rischia di essere solo una toppa peggiore del buco. L’inclusione vera non si fa con un nuovo titolo sul contratto. Si fa con persone, visione, formazione, impegno condiviso. E con una scuola che non lascia indietro nessuno.