Ven. Ago 29th, 2025

Era la vigilia di Ferragosto del 2018. Una famiglia, come tante, si preparava a partire per raggiungere gli zii al mare. In auto, sorrisi, musica alta, il profumo di vacanze finalmente iniziate. C’era la piccola Elena, tre mesi appena, che dormiva accanto al fratello maggiore Jacopo, 9 anni. Con loro, mamma Amanda e papà Paolo, felici di concedersi qualche giorno di relax.

Sotto un cielo grigio e carico di pioggia, il viaggio scorreva lento tra traffico e chiacchiere. Poi il ponte. Il Ponte Morandi. Per chi ha paura dei ponti, come Jacopo, basta chiudere gli occhi e contare fino a dieci, come suggerisce il papà. Ma il conto non arriva alla fine. Un urlo: «Sta crollando!». Poi il buio.

Quel 14 agosto, in pochi secondi, la vita di 43 persone si è spezzata. Il crollo del viadotto ha cancellato non solo esistenze, ma anche sogni, futuri, estati che non sarebbero mai più tornate. Elena, Jacopo, Amanda e Paolo avranno per sempre la stessa età di quel giorno. Il mare, per loro, resterà una meta mancata.

Oggi, sette anni dopo, Genova ricorda. E con essa l’Italia intera, che non ha mai dimenticato quella tragedia. Perché alcune ferite restano aperte, trasformandosi in memoria e impegno, affinché simili disastri non si ripetano.

Ogni 14 agosto, i loro nomi vengono pronunciati. E finché ci sarà qualcuno a farlo, quelle vite, spezzate troppo presto, non saranno mai davvero finite.

Spunti dalla Pagina Facebook Resilienza

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